Ma l'astrattezza era presente già nei pensieri di Eraclito ed in parte anche di Anassimandro. Il logos e l'apeiron sono concetti più o meno astratti (credo); il primo è il punto in comune della realtà, l'origine intesa come fondamento comune di tutta la realtà (e quindi non è un qualcosa di propriamente concreto), mentre il secondo è l'indefinito da cui tutto prende forma (e l'indeterminato è per definizione privo di connotati di alcun genere, menchemeno fisici).Quindi esiste anche Goku... ?...ma soprattutto è il primo che instaura il parallelo fra ESSERE--->PENSARE --->LINGUAGGIO: ciò che pensiamo inevitabilmente "è", "ciò che è" può essere detto, in quanto pensabile ed essente.Anche questo a dirla tutta evoca in me seri dubbi: ad esempio, non capisco come faccia Parmenide a dare tutta questa stabilità a ciò che chiama essere senza entrare in contraddizione con ciò che dice. Ad esempio, il tempo: esso scorre, ed il suo scorrere provoca un continuo divenire delle cose, un continuo mutamento. Il divenire è proprio lo "smettere di essere qualcosa" ed "iniziare ad essere qualcos'altro" della realtà. Parmenide invece pare che collochi l'essere in un infinito presente, in cui non esiste il non essere creato inevitabilmente dal mutamento degli eventi... non so se mi spiego, ma questo è un serio dubbio che ho.Si può comprendere maggiormente Parmenide se lo si pone in paragone con Eraclito: la fissità, l'unitarietà, la chiarezza della ragione che illumina l'essere di Parmenide con il movimento, il fluire eterno e infinito, il "chiaroscuro" epistemico (cioè, conoscitivo) di Eraclito.





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