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  1. #441
    Ho le Palle Piene L'avatar di VirusImpazzito
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    La sorte volle che anche Gohan e Videl quel giorno si fossero diretti nella stessa città scelta da Garrickle e soci per i loro bagordi. La grande Città dell’Est, come tutti i grandi centri urbani, era molto cambiata negli anni. Essa non era ormai altro che lo spettro di quella grande metropoli, misto di tradizione e tecnologia, che era stata fino a non troppi anni prima; il degrado era ovunque. Gohan e Videl vi giungevano per la pri-ma volta insieme dopo mesi e mesi di viaggio; nonostante sapesse volare, c’erano tanti posti al mondo che il Saiyan meticcio non aveva ancora visitato; la stessa cosa può dirsi a maggior ragione per la figlia di Satan. In quel lungo periodo avevano visto molte cose, visitato posti diversi, anche se talvolta simili fra loro, senza mai fermarsi nello stesso posto per più di qualche giorno.
    Alcuni quartieri della periferia della città erano totalmente annichiliti, divorati da un’immensa fonte di energia; gli edifici di confine tra la zona distrutta e quella sopravvissuta ne erano usciti provati, quasi rosic-chiati dalle fiamme e colpiti dall’onda d’urto dell’esplosione.
    «La città è distrutta a zone…» analizzò Videl, dopo aver dato un’occhiata sommaria, aggirandosi lentamente per le vie del centro. «…mai per intero, nel più puro stile dei due cyborg.»
    «È vero: devastano solo qualche zona della città a casaccio, poi se ne vanno… Ma non per misericordia, solo per conservarsi qualcos’altro da distruggere più avanti.»
    Voltando l’angolo, si imbatterono in una scena che aveva un retrogusto sconcertante. La gang composta da Garrickle e i suoi stava rapinando una vecchietta.
    «Forza, vecchiaccia stolida!» la minacciava il bandito puntandole addosso la pistola. L’anziana, atterrita, tirò fuori il poco che aveva, cosicché Garrickle insoddisfatto ordinò all’amico smilzo: «Sergej, mettile le mani addosso e controlla se nelle tasche ha qualcosa!»
    «Che palle…» mugugnò Sergej, mentre eseguiva la perquisizione. «Le vecchie di merda devo palparle sempre io… se fosse stata una bella maiala, invece…»
    Videl, assistendo in disparte alla scena, fremeva dalla voglia di intervenire e pestare i tre malviventi, come ogni volta che assisteva in diretta ad una malefatta. «Ascoltami, Videl…» le sussurrò Gohan accostandosi al suo orecchio, dandole indicazioni sul da farsi. «Sono armati di pistole; inoltre, quell’energumeno che sta con loro ha anche un enorme bazooka. Aspettiamo che la lascino in pace, altrimenti la useranno come ostaggio; poi, una volta disarmati, non correrai alcun rischio a batterli.»
    «Hai ragione. Ottimo, faremo così.» ribatté Videl, intenzionata ad attuare le istruzioni dell’amico. I tre mal-viventi abbandonarono la vecchia, delusi, visto che non ne avevamo ricavato un granché. A quel punto Gohan scattò in avanti in direzione dell’energumeno e, raggiuntolo, gli strappò dalle mani, senza difficoltà, la grossa arma: «… così eviterai di far male a qualcuno.»
    «Chi diavolo è quel bastardello?» domandò Sergej.
    «Che cazzo ne so! Tira fuori la pistola, e ammazzalo come un pidocchio!» intimò Garrickle al compare. En-trambi spararono alla testa, al torace, alle gambe di Gohan, che li fissava furibondo; le pallottole rimbalza-rono con un tintinnio metallico sulla pelle del ragazzo.
    «Figlio di…!» esclamarono i due sbalorditi. Videl ne approfittò per schizzare in avanti; passando all’azione, colpì il ciccione con una ginocchiata al pancione, ma il nemico assorbì in modo ammirevole il colpo. Quindi Videl gli allungò dei pugni al viso, poi con un calcio alto al mento che lo sbatté a terra all’indietro. Poggiando piede a terra e voltandosi, Videl si accorse che gli altri due criminali avanzavano minacciosi verso di lei: «Due contro uno… ma bravi!»
    «Anche tre contro uno…» soggiunse da dietro il ciccione, che si era rialzato. Evidentemente il colpo subìto non era stato abbastanza potente.
    «Come se avessi paura di tre buoni a nulla come voi!» Di nuovo Videl scattò in avanti colpendo Sergej con un calcio allo sterno; il nemico strabuzzò gli occhi e finì a terra tramortito.
    «Fuori uno!» esclamò trionfante Videl. «Ora restano solo due mezze calzette, nulla di più facile!» e con queste parole, si lanciò addosso al grassone.
    Gohan, a pochi metri da loro, sorrideva: era sempre uno spasso vedere l’amica sfoderare la sua solita grinta.
    «La tipetta ha carattere…» disse all’improvviso una voce maschile alle sue spalle. «È la tua fidanzatina, Son Gohan?»
    Quella voce… A Gohan si gelò il sangue nelle vene! Si voltò di scatto, e trovò nientemeno che… «I cyborg!»
    «Salve, carino… chi non muore si rivede, è proprio il caso di dirlo.» lo salutò 18, con un ghigno gentile. «Ti stai facendo un bel ragazzo, eh?»
    Anche Videl e i suoi avversari rimasero paralizzati e impallidirono al trovarsi di fronte, a pochi metri, le due terribili creature.
    «Merda, ragazzi! I cyborg! Lasciamo perdere ‘sta cretina e rompiamo le righe…!» gridò Garrickle. Sfortuna-tamente il compagno smilzo era svenuto, quindi il ciccione dovette caricarselo in braccio; i tre scapparono urtando scompostamente Videl, che dal canto suo sarebbe rimasta volentieri a guardare l’evolversi della situazione. Tuttavia Gohan le urlò: «Allontanati, Videl… vai a metterti al riparo!»
    Videl ubbidì senza farselo ripetere due volte. 18 allungò il braccio in avanti, pronta a lanciare un colpo di energia alla volta della ragazza.
    «Fermati, 18… non dobbiamo per forza uccidere tutti quelli che gli stanno intorno.»
    «Hai ragione, 17… tutto questo distruggere mi sta imbarbarendo.» disse la donna cyborg accarezzandosi annoiata una ciocca di capelli. «Che strazio.» Gohan li fissava in silenzio; il suo sguardo era carico di rancore ed ostilità. Bastava che 17 e 18 scrutassero quei due occhi neri e profondi per capire come la loro vita sa-rebbe cessata immediatamente, senza esitazione, se lui avesse avuto una forza superiore alla loro. Bisognava inculcargli una bella lezioncina di umiltà. Per questo 17 gli tolse con decisione dalle mani il bazooka, che ancora era in suo possesso: «Lasciami vedere questo giocattolino…» Poggiò la pesante arma sulla spalla e, chiudendo un occhio, osservò attraverso il mirino, come a voler prendere la mira.
    «Fermati, 17! Non farlo!» esclamò Gohan, notando che la bocca dell’arma era pericolosamente puntata in direzione dell’alto muro dietro il quale si era nascosta Videl per seguire in sicurezza lo scontro. Tuttavia l’espressione seria di 17 si mutò in un ghigno malvagio; senza dire altro, il cyborg premette il grilletto: il col-po partì in un’esplosiva coltre di fumo, ma Gohan riuscì con un calcio a spostare l’asse del bazooka verso l’alto, facendo perdere precisione al tiro. Il proiettile, descrivendo una curva irregolare, andò ad esplodere vicino al muro dietro cui si trovava Videl, che venne travolta dal crollo del muro stesso.
    «NOOOOO!» urlò Gohan disperato, fuori di sé, trasformandosi in Super Saiyan. «Bastardo! Sei un maledetto bastardo!!»
    «Che strano bazooka! Quegli imbecilli lo avevano truccato… ecco perché ha rilasciato quel grosso suppostone, facendo tutto ‘sto macello...» commentò in tutta tranquillità 17, ora che si era tolto il capriccio di lanciare un colpo con quell’arnese. «Tieni, 18… divertiti.» disse infine, lanciando l’apparecchio alla sorella.
    «Truccare un bazooka come fosse un accendino… che roba.» soggiunse 18.
    Gohan si lanciò all’attacco contro 17: era inutile esitare o tentare la via della fuga strategica perché, se non avesse iniziato lui, sarebbe stato 17 a raggiungerlo ed attaccarlo. Lo attaccò con un pugno al viso, poi proseguì affondandogli un pugno nel ventre. Combatteva alla sua massima potenza; ciononostante, 17 non mostrava il minimo segno di aver accusato il colpo. Al cyborg fu sufficiente dargli una manata sul petto per spingere il mezzo Saiyan all’indietro di diversi metri. Gohan venne respinto, ma riuscì a poggiare la punta del piede sull’asfalto e darsi un’ulteriore spinta indietro. Portò le mani incrociate sulla fronte e gridò con quanto fiato aveva in gola: «MASEEEENKOOOO!» Dalle mani fuoriuscì un potentissimo lampo demoniaco dorato, che investì totalmente 17; l’energia spirituale rilasciata fu tale da scuotere totalmente la zona circostante per un cerchio di svariati chilometri d’area. Polvere e sassi si innalzavano e contribuivano a generare uno scenario caotico ed indistinguibile, che 18 osservava coi capelli scompigliati dai movimenti dell’aria.

  2. #442
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    Infine Gohan attese qualche secondo, ansante, sudato. La voce di 17, non tardò a farsi sentire prima ancora che la sua figura fosse visibile. «Mentre giocavi coi petardi, ho indossato questo…» disse 17, coi capelli scompigliati e un’espressione seria sul volto, sollevando l’avambraccio e mostrando il pugno destro: adesso si era infilato sulla mano ben in vista un tirapugni metallico di acciaio inossidabile, che luccicava di riflessi bianchi. «Vieni qua, bastardello…» sibilò 17 con un ringhio che avrebbe fatto rabbrividire chiunque, muovendo qualche passo in avanti. «Vieni, che lo zio 17 ti insegna ad essere un po’ meno arrogante…» Poi spiccò un balzo in avanti e passò all’attacco. Fu tanto fulmineo che Gohan non lo vide nemmeno arriva-re, ma se lo trovò subito davanti senza esitazione; e il suo pugno fu talmente improvviso che – già prima di aspettarsi un colpo del nemico – la sua mano era già lì, sprofondata nella guancia di Gohan. Il tirapugni si era sfracellato sotto la potenza della mano di 17; i frantumi metallici dell’utensile penetrarono nel viso del ragazzo, scavandolo fin dentro la carne. La guancia del giovane mezzosangue diventò un miscuglio di metallo, carne e sangue fluido che lo faceva soffrire mortalmente.
    «Ti piace? Ed è solo l’inizio della mia lezione di umiltà…» ringhiò compiaciuto 17, mentre si ripuliva la mano dal sangue e dalle schegge d’acciaio del tirapugni, strusciandola sul fianco della maglia. Gohan allora ebbe un sussulto: una percezione fugace come un battito d’ali di farfalla. Poté infatti percepire la debole aura di Videl, turbata ma ancora vitale. Gohan non la vedeva da sotto i resti del muro che l’aveva investita, ma lei stava cercando faticosamente di liberarsi. “Prima che 17 mi attacchi di nuovo, mi resta solo un tentativo da fare; chissà se mi riesce… non ci ho mai provato!” Portò le mani ai lati del viso, all’altezza degli occhi, e gri-dò: «COLPO DEL SOLE!!!» Un mare di luce bianca abbacinante accecò sia 17 che 18, malgrado quest’ultima fosse un po’ più distante dai due contendenti.
    Il figlio di Goku si catapultò sulle macerie del muretto, in un punto dove intravedeva movimenti sospetti; iniziò a rimuovere in fretta e furia alcuni frammenti; in mezzo alla polvere scoprì il viso sofferente di Videl; scavò con agitazione, con le mani che gli tremavano, perché ciò che le era accaduto poteva esserle fatale, e perché non aveva che una manciata di secondi per portare a termine il suo compito: riesumare Videl e portarla in salvo. Nel frattempo i cyborg imprecavano e si dannavano l’anima (che non avevano) per essersi fatti ingannare da una tecnica che non conoscevano.
    «Accidenti a te, piccolo figlio di puttana!!» esclamò 17 al colmo della furia generata dall’affronto subìto. «Vieni qua, merda, che ti pesto come se non ci fosse un domani!»
    «Dannato topastro!» gli fece eco 18. «Non so come abbia fatto, ma è riuscito a fregarci come due scemi!»
    Gohan, però, non prestava attenzione ai loro strepiti. Salvare Videl era un obiettivo troppo importante. Riuscì a portarla alla luce giusto qualche secondo prima che i due riacquistassero la vista; il suo viso era pallido, ma per un secondo si illuminò vedendo che Gohan la stava soccorrendo. Aveva una grave ferita alla testa, e sangue che le colava in abbondanza; se la caricò in braccio e partì alla carica, laddove la sua mente percepiva un numero fitto e concentrato di aure umane.

    Le due creature di Gero cominciarono a vedere di nuovo il territorio circostante, prima in modo appannato e poi via via più definito.
    «È fuggito…» mormorò 18.
    «DANNAZIONEEEEE!!!» sbraitò 17. «DANNATO MOCCIOSO!! COME SI È PERMESSO?!» In preda alla collera, 17 si lasciò andare ad uno scatto di rabbia; generò un’onda d’urto che travolse a mo’ di rullo compressore tutto ciò che si trovava nel perimetro della Città dell’Est; fabbricati, persone, macchine… tutto finì in polvere, e tutto questo per uno sfogo d’ira momentaneo.
    Quando 17 si ricompose, 18 si avvicinò nuovamente al fratello. Si era messa in salvo, scansandosi poco pri-ma dell’esplosione giusto perché conosceva le conseguenze del carattere del fratello.
    «Sei un imbecille! Vuoi danneggiare anche me??» lo rimproverò con le mani sui fianchi.
    «Scusami, sorellina…» rispose 17 abbassando lo sguardo. «Puoi capirmi, però… Uff, andiamocene via. Mi sono rotto di questa cazzo di città. Prima o poi lo rivedremo…» concluse infine 17, rimettendosi in viaggio, affiancato dalla sorella.
    «… e se non lo troveremo noi, prima o poi sarà lui a venire a cercarci. Ormai mi sembra chiaro che il suo intento è di avvicinarsi e poi superare la potenza di quello sciocco temerario… com’è che si chiamava?» chiese 18. «Intendo quel pazzo coi capelli sparati che era in grado di diventare biondino…»
    «Ah, intendi Vegeta… il “Principe dei Saiyan”…» sottolineò sarcasticamente il fratello. Chissà quanto si sa-rebbe infuriato Vegeta, a sentir parlare di sé in quei termini.
    «Ad ogni modo i suoi miglioramenti procedono a passo di formica… anzi no, ancora più lentamente.» con-statò 18. D’altronde entrambi i cyborg sapevano che avrebbero sempre potuto combattere insieme, e nessuno li avrebbe mai fermati; sarebbero stati invincibili, per sempre.
    «Uff, ci ho pure rimesso quel bel bazooka… che palle, mi sarebbe piaciuto tenerlo.» si lagnò 17.

    Per tutto il viaggio, Videl balbettò e farfugliò in modo scarsamente comprensibile. Di tutto quel balbettio, a Gohan rimasero impresse solo due battute: «…non voglio morire…» «Voglio restare con te…»
    In ospedale, i medici fecero del loro meglio, anche se i mezzi disponibili non erano certo quelli di cui avrebbero potuto usufruire in tempi migliori. Appena furono adottati i primi provvedimenti, la ragazza sprofondò in coma, mentre a Gohan venne pulita, medicata e ricucita la lacerazione sulla guancia.
    Gohan si sedette ad aspettare notizie sulla sua amica, e la aspettò per giorni e giorni, come un fedele cucciolo da compagnia. Poteva visitarla per poche ore al giorno, giusto perché i medici volevano essere benigni. Fu un’attesa più che snervante, e il giovane capì che l’unico modo per non impazzire era non porsi domande ed aspettare di sapere come si sarebbe evoluta la situazione.
    Purtroppo, la situazione non evolvette come Gohan desiderava con tutto sé stesso. Dopo un paio di settimane, il giovane lasciò l’ospedale, inconsolabile e di nuovo solo. Quelle ultime due frasi farfugliate e udite a fatica sarebbero state per sempre le ultime parole comprensibili pronunciate dalle labbra di Videl. Adesso Gohan aveva due nuove cicatrici, una sulla guancia e una nel cuore.

  3. #443
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    Venne così il giorno in cui il figlio di Goku dovette cominciare ad entrare nell’ordine di idee che Videl non sarebbe stata più con lui; se doveva riportare la pace e la giustizia sulla Terra, gli sarebbe mancato il suo sostegno affettuoso. Quello stesso giorno, si ritrovò seduto sotto un albero, a posare il suo sguardo sul diario di Videl.
    “Quando eri ancora al mio fianco, non lo avrei mai fatto. Ma ora che non ci sei più, ho ancora bisogno di avere presente con me il tuo ricordo… scusami, se frugo fra le tue cose…” pensò Gohan, che in quel mo-mento aveva l’impressione di star profanando un vincolo sacro, anche se in realtà non aveva mai preso l’impegno di non spiare il diario… almeno, non esplicitamente. Trovò un paio di foto: Videl piccolina, felice, col pugno in alto, appollaiata sulla spalla di suo padre, Mr. Satan, il quale sfoggiava un ampio sorriso spaval-do sotto i suoi baffoni da pirata. Poi, Videl un po’ più grande insieme al nonno e al padre, il quale mostrava fiero la cintura da campione di wrestling. Lesse ampi stralci del diario, finché non si imbatté nel seguente brano: “… Caro diario, senti un po’ questi pensieri sul mio amico Gohan. Il mio amico Gohan è capace di accendersi come una lampadina perché è una specie di mezzo alieno… voglio bene a Gohan perché è diventato membro della mia famiglia, quando la mia famiglia era quasi del tutto passata a miglior vita. Voglio bene a Gohan perché, se un malintenzionato mi toccasse il sedere, gli darebbe un pugno tale da farlo svenire, ma non pronuncerebbe mai frasi isteriche da pazzoide tipo “Io ti ammazzo!!!” con cento punti esclamativi. A Gohan voglio bene perché con la sua forza d’animo mi ha conquistato tanto quanto mio padre mi aveva conquistato con il suo affetto e la sua forza fisica (o almeno, pensavo che fosse fortissimo!!); perché, come un bue paziente, ha scelto di caricarsi sulle spalle il peso delle ingiustizie di questo mondo sbagliato; e perché, anche se nella mia testolina l’ho posizionato su un piedistallo altissimo, lui non se n’è nemmeno accorto. Voglio bene a Gohan perché mi ha detto che se uno di questi idioti criminali un giorno mi uccidesse, l’idea della vendetta gratuita lo disgusterebbe. Non è uno che perde la testa facilmente…
    Praticamente si può dire che il mio amico Gohan è mio fratello. E dire che, un po’ di tempo fa, lo trattavo da schifo!”
    Dopo aver letto queste parole, Gohan sorrise commosso, e pensò: “Ahah… belle parole, Videl! Che tipa… avrebbe potuto fare la scrittrice, in altre circostanze.” In altre circostanze, ossia in un mondo normale… e non in un mondo “sbagliato”, come aveva scritto ella stessa. Il giovane mezzosangue raccolse tutte le sue cose; raccolse anche quelle che erano appartenute a Videl, e le riportò nella casa di Belze, perché era quello il posto dove era giusto che rimanessero. Il diario, però, lo conservò per sé; finché fossero durati i suoi spostamenti in giro per il mondo, quella raccolta di pensieri lo avrebbe seguito ovunque, così come il ricordo di sua sorella Videl.

    **************************
    L’ANGOLO DELL’AUTORE.
    Il titolo si rifà in modo libero ad un capitolo del manga One Piece, intitolato “Fratellino mio” (volume 60). Non a caso ho scelto di inserire questa citazione, perché volevo puntare l’attenzione su come in un mondo diverso, un’atmosfera diversa e fra due ragazzi cresciuti in modo diverso, il rapporto di affetto si era evoluto in modo diverso ma altrettanto intenso – a questo punto non sapremo mai se e come si sarebbe potuto evolvere ulteriormente. :-)
    I nomi di due dei tre malviventi, Sergej e Garrickle, non hanno una valenza precisa: il primo è un nome russo, il secondo è un nome di fantasia che semplicemente mi suonava bene. Il terzo della banda non ha un nome, ma del resto non ha molta importanza.

  4. #444
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    Povero Gohan. Probabilmente avrà già iniziato a provare qualcosa per Video.
    Prossimamente... Dragon Ball R.S., il DB alternativo!

  5. #445
    Demente precario L'avatar di Final Goku II
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    E così anche Videl ci lascia.
    Gran bel capitolo, come al solito.
    Ecco dunque spiegata anche la cicatrice di Gohan.
    Purtroppo in una situazione come questa Gohan ha anche oggettive difficoltà ad allenarsi, non avendo un partner di allenamento adatto.

  6. #446
    Ho le Palle Piene L'avatar di VirusImpazzito
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    Grazie a tutti, prestissimo il prossimo capitolo delle avventure di Gohan!

  7. #447
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    Eccomi qua con il prossimo capitolo, il 61! Buona lettura!

    Cap. 61: Tra passato e futuro.

    Fu così che Gohan tornò alla routine degli allenamenti; gira e rigira, l’infelice ragazzo finiva sempre per ritrovarsi da solo a proseguire il proprio cammino. Suo padre, Piccolo, Crilin, Mr. Popo, Videl e suo nonno… poco per volta, tutti i suoi più cari affetti lo avevano abbandonato. La bontà divina, se ne esisteva ancora una, gli permetteva di avere ancora sua madre viva e vegeta, e il buon figliolo non trascurava di andare a trovarla. Quando ne aveva l’occasione, risolveva qualche caso di criminalità, come era solito fare quando affiancava Videl.
    A volte, per spingersi oltre il suo limite di forza spirituale, Gohan si allenava a sorvolare a massima velocità la superficie terrestre mantenendosi per migliaia di metri sopra di essa, sforzandosi di impiegare le proprie energie oltre ogni limite. Quella rapidità di movimento, quell’aria fredda che diventava bollente a causa della forza d’attrito, il poco ossigeno presente nelle alte sfere del cielo, contribuivano a dargli un senso di euforia mista a spossatezza. Allora si sentiva felice perché era disfatto dalla stanchezza; si stendeva distrutto sulla nuda terra e annaspava ansimando, guardando il cielo; e in sostanza, finché avvertiva la stanchezza, sapeva di essere vivo. Ma si trattava di una sensazione, solo di una sensazione. Poi, altre volte, gli capitava di sentire il rimbombo di un’esplosione, e l’eco di centinaia di migliaia di anime sofferenti e spezzate; e di nuovo rifioriva nel suo petto un vero sentimento, e non una mera sensazione, di rabbia cocente, di severo e nero rammarico. Negli anni dell’infanzia, Gohan era stato molto bravo negli studi, eppure non riusciva ricordare se avesse mai appreso un vocabolo che descrivesse 17 e 18 per quello che erano in toto. Mostri? Assassini? Pazzi? Criminali? Ciascuna di queste parole indicava solo uno dei loro aspetti, ma mai la totalità. In ciascuno di quei due soggetti si mischiavano elementi di capriccio, di gioco, di divertimento, che li spingeva ad agire come degli irresponsabili egoisti amanti della crudeltà, in quanto svago fine a sé stesso. Capriccio, svago e crudeltà: Gohan li evitava come la morte, perché in definitiva quei due esseri dannati ERANO la morte.
    La solitudine aiutava a pensare, purtroppo o per fortuna. Un interrogativo lo tormentava: come poteva potenziarsi in modo più efficace? Dopo giorni di riflessioni, questa fu la sua conclusione: “Allenandomi da solo in condizioni così elementari non potrò mai migliorare. Avrei bisogno di attrezzature migliori, e di un partner… Si sa che l’allenamento in coppia è più efficace di quello individuale! Chissà cosa ne penserà Bul-ma?!” si domandò alla fine il ragazzo, sfrecciando in volo in direzione della grande Città dell’Ovest con espressione risoluta.

    Erano finiti i tempi d’oro della grandiosa Capsule Corporation; i tempi in cui Bulma aveva soldi e strumenti per costruire sale gravitazionali e mettere a punto astronavi sofisticatissime, e per soddisfare i propri capricci fashion, con abitini firmati e messe in piega all’ultima moda. Ormai, erano venuti i tempi dei capelli raccolti a coda di cavallo e delle maniche rimboccate. Dopo la distruzione della sua casa, Bulma aveva fatto ricostruire alla bell’e meglio la Capsule Corporation nella stessa area in cui sorgeva in origine; anche in questa simbolica riedificazione voleva dare un segnale della sua ostinata voglia di resistere e di rialzarsi. Fortunatamente per lei, 17 e 18 non avevano mai prestato attenzione a ciò; probabilmente lo avrebbero interpretato come un affronto. Grazie alla propria intraprendenza, Bulma aveva ricostituito, praticamente da sola, l’azienda di famiglia. Ormai il volume d’affari non era tale da permetterle di navigare nell’oro, infatti i risparmi languivano sempre. La donna non aveva nulla da invidiare a suo padre quanto a doti intellettive naturali; però le era capitata la sfortuna di essere vissuta in un’epoca economicamente meno ridente. Il poco che guadagnava doveva essere reinvestito per realizzare nuovi affari, e così via, e poco le rimaneva per tirare a campare.
    Erano passati circa sei anni dal massacro compiuto dai cyborg nella grande Città dell’Ovest. Sembrava – stando ai bollettini del notiziario - che, in quel periodo, i cyborg 17 e 18 stessero concentrando le loro sadi-che brame nelle aree settentrionale ed orientale del pianeta, devastando giorno dopo giorno luoghi scelti a caso di quella regione. Quindi, in quei giorni, Bulma decise di compiere un’attività a cui in passato si era dedicata di rado per paura di essere sorpresa dai due esseri artificiali: recarsi presso le macerie e le vecchie case abbandonate e cercare di recuperare qualche oggetto utile, preferibilmente rottami metallici, che i precedenti proprietari avevano abbandonato dopo essersene andati o dopo essere deceduti. Trunks, che adesso era un bambino dai capelli a caschetto di quasi sette anni d’età, accompagnava e proteggeva la mamma ogni volta che ella usciva di casa: data la sua robustissima costituzione, i proiettili delle armi detenute dai comuni delinquenti non lo scalfivano affatto. In quell’epoca di rinata delinquenza, era una vera manna dal Cielo avere un figlio nelle cui vene scorreva il sangue dei guerrieri Saiyan, tanto forte quanto devoto a sua madre. Certo non si sarebbe potuto mandarlo allo sbaraglio contro i cyborg, ma il piccolo poteva benissimo tenere a bada corpo a corpo i peggiori criminali di bassa lega che, con le loro scorribande, imperversavano un po’ ovunque, in cerca di occasioni di bottino facile. Andarsene in giro per le vie della città era sempre rischioso, ma probabilmente quello era un periodo relativamente tranquillo.
    Bulma prese con sé una borsa con varie capsule, senza dimenticare di armarsi di pistole, e si avviarono fuori casa. «Sai, Trunks… questa situazione mi ricorda quando ero giovane e giravo con Goku in cerca della Sfere del Drago! Si può dire che abbia iniziato la sua carriera di guerriero facendomi da guardia del corpo, ed è diventato il più forte guerriero del mondo! Ora la mia guardia del corpo sei tu…»
    «Forse allora un giorno sarò io il più forte del mondo! Ma mio padre non era più forte di Goku?» chiese, come a voler rivendicare l’orgoglio che era stato di suo padre.
    «Beh, sì…» rispose confusa la donna, mentre continuavano a camminare. «Diciamo che facevano a gara per essere i più forti, e per un certo periodo ha vinto il tuo papà.»

  8. #448
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    Succedeva sempre così: prima o poi, il discorso cadeva sempre sul defunto Vegeta, che era uno dei principali bersagli della curiosità del figlio. Il bambino avrebbe voluto saperne di più su quel padre misterioso che era scomparso poco tempo dopo avergli dato la vita, ma prima di vederlo crescere. Certo, sua madre non poteva raccontargli molto: in parte perché gli anni antecedenti all’approdo di Vegeta sulla Terra erano avvolti nel mistero, data la riservatezza del Principe nel parlarne; in parte perché, di quel poco che Bulma conosceva, buona parte erano notizie poco lusinghiere, quindi non adatte ad essere raccontate ad un bambino, per di più loro figlio: “Sai, tuo papà era un pericoloso assassino…” “Sai, molti popoli innocenti sono stati annientati ad opera di tuo padre…” C’era stato un passato in cui Vegeta non agiva in modo del tutto diverso da 17 e 18… e questo era meglio che Trunks non lo sapesse, per adesso. In compenso il legame tra madre e figlio era fortissimo, dato che raramente si separavano. Del resto Trunks passava poco tempo fuori casa, per cautela. Bulma, che amava ricordare di essere stata bravissima a scuola (in quanto ragazzina prodigio), gli faceva da maestra per le materie scolastiche; e il bambino era orgogliosissimo di sapere che anche suo padre aveva appreso l’alfabeto terrestre da sua madre… una cosa in più che li accomunava!
    Bulma e Trunks arrivarono e trovarono un punto interessante pieno di rovine abbandonate da molto tempo; la madre estrasse da una capsula vari strumenti da lavoro, ed entrambi si misero all’opera. Lavorarono in tranquillità per qualche ora, finché, ad un certo punto, un rumore in lontananza attirò l’attenzione di Bulma.
    «Aspetta, Trunks!» disse la donna con tono sospetto, sollevando di colpo lo sguardo ed inarcando un so-pracciglio, facendogli cenno di fermarsi per un attimo. «Rombi di motori! Arriva qualcuno! Chi sarà??» esclamò la donna, posando la pala che stava usando e imbracciando un vecchio fucile a trombone, pronta ad ogni evenienza. Il rumore si fece sempre più insistente e possente, finché alla vista si presentò un furgone malandato che si fermò a pochi metri da loro.
    Ne uscì il terzetto di ladri affrontato in precedenza da Videl, capitanato da Garrickle. «Forza, signora, ci dia tutte le cose di valore che ha addosso… non si faccia pregare e sbrighiamola subito, questa faccenda.» inti-mò il capo puntandole la pistola contro con insistenza.
    Bulma pensò bene di fare un po’ di scena, giusto per cacciarli senza che nessuno si facesse male: «Levate le tende, luridi bastardi…!» li minacciò, puntando loro addosso il fucile. «… e fate in fretta, altrimenti faccio un bel buco in fronte a tutti e tre!»
    «Mamma! Non si dicono le parolacce!» la rimbeccò il figlio contrariato. Per tutta risposta, il fucile a trom-bone di Bulma pensò bene di sfasciarsi in pezzi fra le sue mani, che caddero per terra.
    «Dannato rigattiere! Se lo becco, gli faccio risputare tutti i soldi che ha voluto per questo stupido ferrovec-chio…» imprecò la donna, sbattendo per terra gli ultimi componenti che le erano rimasti fra le mani.
    «Veramente non è che l’hai pagato molto, mamma… sei stata un po’ tirchia…» ribatté Trunks, la voce dell’innocenza.
    «Tu stai zitto!» sbraitò Bulma, innervosita dalla situazione, estraendo le due pistole dalle fondine che portava sui fianchi.
    I tre si guardarono in faccia scioccati, poi scoppiarono a ridere. «Assurdo!» commento Sergej, con le lacrime agli occhi. «Di ‘sti tempi, pure le donnicciole vanno in giro armate fino ai denti!»
    «Di’ la verità, femmina: cosa siete, tipo un duo comico?» li sfotté Garrickle.
    Di punto in bianco, senza essere stato interpellato, il grassone del trio sospirò: «Ah, come vorrei poter sparare a questa donna col mio grosso bazooka…»
    «Ci vedo del doppio senso, in ciò…» replicò Bulma perplessa, inarcando un sopracciglio.
    «Adesso basta con le scemenze… Sergej, spara a questa vecchia gallinaccia.»
    «Ehi! Vecchia gallinaccia lo dici a tua sorella!» protestò la donna a gran voce mostrando due file aguzze di denti da pescecane. Sergej, però, non si fece ripetere l’ordine due volte, e sparò. Trunks si mosse rapida-mente facendo scudo a sua madre col proprio corpo, e il proiettile gli si spiaccicò dritto in fronte, per poi ricadere inutilmente al suolo.
    «Sergej, hai sparato a salve? Sei proprio un cretino!»
    «Ma no!» si lagnò Sergej, guardando la propria pistola. «Questo arnese ha sparato bene… non so che cazzo sia successo!»
    «Il mio bazooka…» si lamentò il ciccione, rigirando fra le mani la misera pistola che si era procurato adesso e rimpiangendo la sua vecchia arma.
    «Lasciate fare a me, idioti!» annunciò allora Garrickle. «Ci penso io ad ammazzare ‘sta vecchia.»
    «”‘Sta vecchia”?? Ma se sono ancora nel fiore della bellezza e della giovinezza!» replicò seccamente Bulma.
    «Mia madre non vuole essere chiamata vecchia gallinaccia!!» urlò Trunks lanciandosi contro i tre; a nulla servirono le ulteriori pallottole di Garrickle e soci, che pure erano spietati e pronti a togliere di mezzo il bambino. Quest’ultimo li prese a schiaffoni e a pedate nel sedere: si vedeva proprio che quelle erano le mosse di un bimbetto inesperto, ma furono abbastanza efficaci. Dopo poche mazzate, i tre erano malconci e doloranti.
    «Vedo che siete rimasti i soliti tre disonesti criminali» asserì una voce dall’alto. «Perché non provate a cambiare stile di vita?» Gohan atterrò sul posto, schierandosi al fianco di Bulma, pugni sui fianchi e sguardo deciso.

  9. #449
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    Garrickle lo riconobbe subito. «Ma tu sei il ragazzo che incontrammo qualche tempo fa quando eravamo ad Est! Quella cicatrice, dunque…» disse, notando lo sfregio rimasto sulla guancia di Gohan. «Non ci aspettavamo che riuscissi a fuggire… cavandotela con quel piccolo ricordino sulla faccia! È strano che non ti abbiano ucciso… sei davvero così forte? Questo spiegherebbe perché le pallottole ti rimbalzavano addos-so.»
    «Dovremmo ringraziarlo, Garrickle… se non fosse stato per lui, non saremmo riusciti a lasciare la città col furgone, poco prima che venisse distrutta…» fece notare saggiamente Sergej.
    «Ce la siamo cavati per un pelo.» accennò il ciccione col suo vocione.
    «E invece di ringraziare la vostra buona stella, continuate a creare problemi agli innocenti…» proseguì Go-han seccato, mentre Bulma e Trunks seguivano quel dialogo con stupore. Poi il figlio di Goku si diresse tranquillamente verso i tre, strappò loro di mano le armi e le accartocciò come fossero fatte di carta stagnola. «Come osate aggredire due innocenti? Andatevene via subito e rigate dritto, altrimenti avrete di che pentirvene… intesi??»
    «Ma veramente è stato quel marmocchietto ad aggredi-!» provò a spiegare Sergej.
    «SILENZIO!» tuonò Gohan. «Non costringetemi a ripetere quello che vi ho detto! Non amo uccidere i mal-vagi! Non disturbate più nessuno e, se potete, cercate di aiutare chi è in difficoltà, in questo mondo di di-sgrazia!»
    «Sissignore! Subito! Obbediamo!» Così i tre furfanti montarono sul furgone in fretta e furia, e sparirono dalla scena.
    «Sei consapevole che non ti obbediranno, vero?» domandò Bulma, scettica.
    «Lo so… non dovrei essere così idealista e sognatore. Però mia madre dice sempre che se vuoi che un se-me germogli, devi prima piantarlo… anche se non puoi mai sapere se realmente metterà radici. Altrimenti è pure inutile sperare che nasca qualcosa… Insomma, io ci provo.»
    «Bella entrata in scena, comunque. Avevi tutta l’aria di tuo padre...» osservò Bulma sorridendo.
    «… e io che volevo fare un misto tra mio padre e Piccolo! Anche lui ne faceva, di belle entrate in scena!» scherzò il figlio di Goku. Poi rivolse l’attenzione verso il bambino, che continuava a capire ben poco di ciò che stava accadendo sotto i suoi occhi. «Tu sei Trunks, vero? Sei cresciuto un sacco dall’ultima volta che ti ho visto, ma tu non puoi ricordarti di me.» spiegò Gohan al piccolo che lo guardava dubbioso, perché per l’appunto non ricordava di averlo visto altre volte in vita sua. Il ragazzo porse la mano destra al bambino, che gliela strinse; in quel gesto gentile, il figlio di Vegeta poté percepire istintivamente che Gohan aveva una specie di indefinibile calore interiore, qualcosa di diverso da tutte le altre persone che aveva conosciuto.
    «Cosa fate da queste parti?» domandò poi il mezzosangue più grande a Bulma.
    «In questi ultimi giorni mi sono decisa a venire a recuperare qualcosa in giro per la città…»
    «Qualcosa cosa, se posso saperlo?»
    «Oggetti utili da riciclare… sai com’è, non è facile di questi tempi. Cose che obiettivamente non valgono più nulla, ma che non si sa mai…» spiegò Bulma, appoggiandosi alla pala che aveva ripreso in mano.
    «Posso capirti bene… guarda come vado in giro vestito.» disse Gohan, indicando gli indumenti che indossava, ovvero la tuta da combattimento di Goku. «Mi vesto di ricordi, e ne vado orgoglioso!»
    Bulma ridacchiò, poi rivolse un invito all’adolescente. «Facciamo così: aiutaci a spostare un po’ di macerie e a recuperare un po’ di roba… in premio ti offro un prestigioso invito a cena al ristorante “Da Bulma” e una serata-nostalgia! Ti va?» domandò la donna.
    «Ma certo! Come potrei rifiutare? Al lavoro!» rispose entusiasta il figlio di Goku.

    Più tardi tornarono nella casa-rifugio, dove Bulma si diede da fare per riempire gli stomaci dei due giovani mezzi Saiyan; Gohan ebbe modo di fare conoscenza col piccolo Trunks, apprendendo i suoi interessi, i suoi passatempi e ciò che connotava la sua giovane vita. Alla fine della cena, Bulma tirò fuori dal ripostiglio uno scatolone ed iniziò: «Voglio mostrarti qualche foto dei tempi che furono. Mi ricordano quello che siamo stati, in un’epoca più serena… Guarda queste qua, per esempio.»
    Volle mostrare al figlio di Goku svariate foto del loro caro vecchio gruppo di amici, finché lo sguardo di Go-han non si posò sulla più recente: «Ah! Ma questi sono i nostri amici! Crilin, Tenshinhan… ma da dove salta fuori, questa foto?»
    «Risale all’ultimo torneo di arti marziali… ricordi?» spiegò Bulma.
    «Eh… come dimenticarlo…» sospirò Gohan. Quel giorno era stato l’inizio della fine, e Gohan ricordava distintamente gli eventi avvenuti in quella data anche se lui, a quel Tenkaichi, non aveva preso parte.
    Bulma raccontò l’episodio del fotografo Kodak, che aveva voluto sviluppare per loro un pacchetto di foto extralusso ad un prezzo esorbitante, che Bulma si era offerta di pagare per tutti. «Quella è stata l’ultima serata che abbiamo trascorso assieme…»
    «C’ero pure io!» sottolineò Trunks allungando la testa vicino a Gohan ed indicando sé stesso in versione neonato.
    «Lo vedo… ci sono anche i vari allievi delle due Scuola che hanno partecipato al torneo. Qua ci sono quelle due mezze matte addestrate da Yamcha e Crilin, e questi sono i due allievi di Tenshinhan e Jiaozi… dei ragazzi davvero in gamba, per essere dei comuni esseri umani.» disse Gohan, che aveva un ricordo alquanto nitido delle gare.
    «Questo è il nostro Crilin.» Bulma raccontò a Trunks per sommi capi di come nella botte piccola vi fosse il vino buono; ricordò anche come uno dei chiodi fissi del pelato fosse quello di trovare una compagna di vita – obiettivo che alla fine aveva raggiunto: «Ma che sfortuna! Ha avuto appena il tempo di godersi la sua vita da sposino, prima che accadesse quello che è accaduto… che destino crudele.» E pensare che la povera Soya era pure incinta, di un figlio che non ebbe mai la possibilità di nascere… destino due volte crudele, spietato.
    Poi lo sguardo di Gohan si appuntò sull’immagine di Yamcha. «Yamcha… povero Yamcha… ho impresso nella mente il ricordo delle sue ultime parole, quel giorno… è morto sotto i miei occhi…»
    «Il dongiovanni.» puntualizzò Trunks.
    «C-cosa?» balbettò incredulo Gohan al sentir parlare in questi termini del guerriero con le cicatrici.
    «Mamma mi ha detto che quel signore era un dongiovanni, anche se non mi ha voluto spiegare cosa vuol dire. Ha detto anche che non dovrò mai diventare così.» aggiunse con candore fanciullesco. Poi indicò altri due personaggi della foto. «Ah, e questi sono altri due signori da cui non devo prendere esempio: il maestro Muten e Olong… due per-pever… ehm, come si dice, mamma?»
    «“Pervertiti”» rispose Bulma.
    «Ma cosa significa?» romando ancora il bambino.
    «Sei ancora piccolo per saperlo: te lo spiegherò quando sarai più grande!»
    Trunks si imbronciò: «Mamma, ma come faccio a non essere come loro, se non mi dici cosa vuol dire pervertiti?» chiese, con la logica ferrea dei bambini.
    Gohan scoppiò a ridere: «Trunks è molto intelligente! Si vede che ha preso da te!» si complimentò con l’amica, mentre Trunks fissava la mamma imbronciato, a braccia conserte. “E nei suoi atteggiamenti ci vedo anche un po’ di Vegeta…” Poi si mise a ridacchiare. «Bel modo di presentare le persone, comunque! Poveretti!»

  10. #450
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    «Dovrò pur educare mio figlio, non credi?» ribatté Bulma indispettita. «Ad ogni modo, col senno di poi mi sono resa conto che persino Yamcha aveva dei grossi pregi: pur non essendo forte ai livelli di voi Saiyan, non ha mai esitato a sacrificarsi quando la situazione lo richiedeva… Ma alla fine ci siamo lasciati male, an-che se entrambi avremmo dovuto concederci a vicenda un trattamento più gentile. »
    Trunks, però, non avrebbe avuto pace finché la sua curiosità non fosse stata soddisfatta: «Gohan, me lo dici tu cosa sono quei cosi che diceva mamma?»
    Gohan rispose: «Beh… si dice pervertito… comunque…» disse, portandosi l’indice alle labbra e fissando il soffitto. «Insomma, non so nemmeno io cosa faccia concretamente un pervertito, però credo abbia a che fare con le riviste di donne nude…»
    Bulma rimproverò il figlio di Goku spalancando due fauci da pescecane: «Vuoi finirla anche tu di dirgli que-ste cose, deficiente?!»
    Gohan provò ad obiettare: «Ma… sei stata tu a usare quel termine… è ovvio che lui…»
    Ma Bulma non stette a sentire le giustificazioni. Alzò gli occhi al cielo, dato che da quelle parole si intuiva che Gohan su quel tema era ancora molto poco svezzato, come del resto lo era stato per molti anni suo padre.
    A Trunks sorse allora una nuova curiosità: «Cosa vuol dire “cronchem… ehm…?» “Concretamente”: il dibattito per fortuna si spostò sull’avverbio usato poco prima da Gohan nella sua ultima frase.
    Poi, Gohan e Bulma iniziarono a rievocare le avventure risalenti ad un tempo passato, la grande forza fisica e morale dei loro amici, il loro carattere, grandi eroi di un’epoca passata in cui c’era ancora la speranza e il mondo non sembrava condannato alla distruzione…
    «Piuttosto dimmi di te…» disse poi Bulma. «... non ti sei fatto vedere per un pezzo! A che punto sei con gli allenamenti?»
    Gohan si trovò in imbarazzo. Per quanto si fosse impegnato in quegli anni, per quanto avesse torturato il proprio corpo con svariati estenuanti allenamenti, non era ancora capace di battere il più debole dei due nemici, il cyborg numero 18. Raccontò tutte le peripezie che gli erano occorse dall’ultima volta che si erano visti. Infine concluse: «Ne ho di strada da fare… se devo dirla tutta, sono venuto qui per un paio di motivi… insomma, mi serve il tuo aiuto.»
    «Io? Come potrei aiutarti?» domandò Bulma meravigliata, accendendosi una sigaretta. Con gli anni, per via del nervosismo, aveva preso lo stesso vizio di suo padre.
    «Per esempio, so che papà e Vegeta si allenavano in una sala con una gravità superiore a quella naturale. Questo renderebbe più efficaci i miei allenamenti… non potresti costruire un simulatore di gravità?»
    «Eh…» Bulma, rassegnata, tirò una boccata di fumo. «Hai detto niente. Procurarsi i materiali e i componenti per un’apparecchiatura così sofisticata… per adattare all’uso una stanza, che deve reggere alle sollecitazioni delle gravità più elevate e, presumo, all’impatto fisico della persona che lo usa, specialmente con la forza da Super Saiyan… non posso usare materiali scadenti, o la stanza durerebbe al massimo due giorni. Hai idea di quanto verrebbe a costare? Senza contare che i cyborg potrebbero distruggerla in un batter d’occhio. Parliamoci chiaro: io tutti quei soldi non li ho… questa baracca ho potuto ricostruirla contrattando sul prezzo con quei poveracci della ditta edile… Sai come mi hanno risposto, quando vedevano che tiravo sul prezzo? “Signora, qua noialtri si fa la fame, e lei vuole pure lesinare…”» raccontò Bulma, poggiando la guancia sul palmo della mano, sconfortata. «E come dargli torto! Però l’unica cosa su cui non lesino è il cibo per Trunks… e credimi, non è una spesa indifferente.»
    «Certo… ci credo.» ribatté Gohan. «E di Trunks che mi dici?»
    «In che senso?» replicò Bulma. Trunks nel frattempo si era messo in disparte a giocare con qualche giocattolo mezzo rotto.
    «È un Saiyan, e per di più è nato quando suo padre aveva un livello di combattimento molto elevato. Se tanto mi dà tanto, ha tutte le carte in regola per diventare forte come me, ed anche di più. Insomma, mi piacerebbe addestrarlo e farne il mio compagno di allenamento… in due, ci rafforzeremmo a vicenda, e i risultati sarebbero migliori e meno lenti.»
    «Sei matto?!» rispose seccamente Bulma alzando il tono della voce.
    «Ma scusa, perché?» chiese allora Gohan.
    «È troppo piccolo… non ha nemmeno sette anni! Vuoi forse che muoia??»
    «Ma certo che no! Come non voglio morire nemmeno io! Non sono io che vado a cercare i cyborg… sono loro che mi hanno trovato, nelle poche volte in cui ci siamo scontrati! Ad ogni modo, secondo me è nostro dovere…»
    «Sei proprio un incosciente… non si può mandare così allo sbaraglio un ragazzino!»
    «Ti ricordo che io ero già sul campo di battaglia a cinque anni… e sai bene quanto odiassi il combattimen-to.» obiettò Gohan.
    «Colpa di Piccolo…! È stata una sua iniziativa…»
    «Eppure gli sono grato. Perché, se non fosse stato per lui, non avrei imparato a dare il mio contributo, a lottare con i miei compagni per un obiettivo positivo comune e…»
    «Aspetta qualche anno, almeno!» lo interruppe Bulma. «È tutto molto bello, ciò che dici… ma è pur sempre un bambino piccolo!»
    Gohan non poté più trattenersi; la rabbia delle amarezze e dei dolori subiti in quegli anni lo fece scattare. «Ma come puoi essere così egoista??? Davvero, non lo capisco! Spiegami come fai!! Persino mia madre si è abituata a non avermi più per casa, lo sai? Tuo figlio è la chiave perché questo mondo faccia meno schifo di quello che è, lo so io e lo sai anche tu! È vero o non è vero??»
    «NOO! Mio figlio non si tocca!» strepitò la donna alzandosi in piedi e sbattendo le mani sul tavolo; era una reazione priva di sostanza, che non offriva nessuno spunto di opposizione alle parole di Gohan. In verità, l’unica sostanza che supportava l’ostinata opposizione di Bulma era l’amore materno, il terrore di perderlo per sempre così come aveva perso tutto della sua precedente vita; d’altro canto, capiva che lasciare che Gohan facesse di testa propria era la cosa più giusta. Trunks, attirato dal crescente volume della discussione, si era accostato ai due e, sentendo le parole della madre, disse solo con tono desolato: «Ma-mamma… signor Gohan…»
    Bulma abbassò lo sguardo e affermò seccamente: «Calmiamoci.»
    «Sì…» assentì Gohan. «Calmiamoci… e chiediamo cosa ne pensa il diretto interessato. Ascolta, Trunks… Cosa ne penseresti di allenarti e di diventare forte come me, o anche di più?»
    «Non so se sei davvero forte o no…» rispose Trunks.
    «Giusto, non puoi saperlo. Sto cercando di diventare forte come lo era tuo padre… e so che anche tu potresti diventare così forte. Ma soprattutto, il motivo per cui voglio diventare così forte è uno: voglio che nel nostro mondo le persone smettano di morire ogni giorno. E voglio che tutti noi possiamo essere liberi di uscire di casa e andarcene in giro tutte le volte che vogliamo, senza correre pericoli.» spiegò Gohan con parole semplici, comprensibili a qualsiasi infante. «Tu che ne pensi?»
    «Lo sai?» domandò allora Trunks. «Mio papà era fortissimo, ma i cyborg lo hanno ucciso… come posso di-ventare più forte di lui, che era il Principe dei Saiyan?»
    «Sì, lo so. Ma non dobbiamo mai arrenderci… per esempio, io adesso sono più forte di mio padre… e so di poter migliorare. Il nostro segreto è che possiamo allenarci e superare i nostri padri… e se lo faremo insie-me, ci vorrà meno tempo.»
    Trunks si rivolse verso la mamma: «Mamma… cosa ne pensi se mi alleno con Gohan? Ti arrabbi o sei con-tenta?»
    Bulma fissò gli occhi azzurri del figlioletto, identici ai suoi, che attendevano una risposta. In quel momento l’ultima resistenza della madre si dissolse, e la decisione fu presa.

    L’indomani mattina Gohan andò a prendere Trunks, se lo caricò in spalla e insieme volarono verso un terreno di campagna spazioso libero. Dopo una traversata rapida e indisturbata, Trunks si ritrovò in piedi, davanti al maestro, in calzoncini e canottiera.
    «Come si comincia, signor Gohan?»
    «Regola numero uno: non deve esistere questo rapporto freddo e distaccato, tra noi due! Io e te siamo gli unici due Saiyan rimasti, figli dei due più grandi combattenti della loro razza… dobbiamo essere amici e col-laborare. E poi non ho nemmeno compiuto sedici anni!» Poi Gohan si inginocchiò in modo che i loro visi fossero allineati alla stessa altezza, posandogli le mani sulle spalle, e gli occhi neri sicuri e determinati del maestro guardarono dritti in quelli dell’allievo. «Sarò il tuo maestro, ma ciò non significa che tu debba ve-dermi come una persona distante da te… intesi? »
    «Certo!» rispose il bambino. «Così è più bello!» Provava la felicità di aver trovato una sorta di fratello mag-giore, dopo aver trascorso tanti momenti noiosi e solitari. Nella sua giovane vita aveva visto malintenzionati armati fino ai denti che gli avevano sempre comunicato sensazioni sgradevoli; ora, davanti a quel ragazzo atletico e muscoloso che era a tutti gli effetti l’eroe più forte del mondo, si trovava perfettamente a proprio agio. Il sentimento di sicurezza e protezione che Gohan gli infondeva era qualcosa che fino ad allora gli era sempre mancato.

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